Giovani che riescono

Giovani che riescono

Si parla spesso di giovani che non riescono, ma c’è anche altro…

Quasi sempre leggiamo dei giovani 15-29 come NEET, cioè che non studiano, non lavorano e non si formano. Chiamati nei modo più “simpatici” come bamboccioni, fannulloni e chi più ne ha più ne metta.

C’è anche una parte di giovani che, invece, delusi da un mercato del lavoro che propone solo stage, finte collaborazioni e contratti capestri. Giovani che non si sono sentiti valorizzati dalle aziende, ma solo sfruttati, decidono di rimboccarsi le maniche e diventare capi di loro stessi.

Secondo i dati Censis questi 175 mila “bamboccioni” si sono dati da fare e producono il 2,8% del Pil italiano.

Un’altra nota che vedo come positiva è l’omogeneità in cui si aprono queste imprese: 40,4% nord e 41% sud. Un altro cliché infranto sulle capacità imprenditoriali dei giovani.

Cosa fanno per vivere?

Il grosso delle imprese fanno parte dei servizi informatici, ma non mancano ristorazione e servizi vacanze. Sicuramente aiutati da un mercato non facile, ma che dimostra di avere ancora spazio mostrano come si possa crescere anche in periodi di crisi e pessimismo (+32% dal 2009 a oggi).

E come crescono?

Le realtà che sono uscite da modelli di business individuali (es. piccoli negozi o foto truck) creando strutture competitive l’hanno fatto usando l’esperienza del mondo del lavoro come vissuta ed evitando gli stessi errori.

Si investe in formazione, in ambito etica di lavoro più open e flessibili, con gerarchie orizzontali, su piani di employer branding ben studiati e veritieri. Si opera sul contatto umano e, investendo sul capitale umano rappresentativo del vantaggio competitivo dell’azienda, veramente.

Quindi, unica cosa che mi resta da dire è

VIVA QUESTI BAMBOCCIONI

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