Guerra o migrazione dei talenti?

Guerra o migrazione dei talenti?

Nel 1997 McKinsey coniò il termine di Guerra dei Talenti per identificare come le aziende iniziassero a sentire l’esigenza di competere nel mercato del lavoro per catturare i profili di qualità. Da allora si è andata sviluppando una complessa metodologia su come gestire le persone di talento all’interno delle organizzazioni.

Questo perché alcune realtà si sono accorte che un elevato capitale economico, mezzi strumentali e innovazioni tecnologiche non sono sufficienti per garantire la sopravvivenza dell’impresa; per assicurare una continuità competitiva si deve puntare con maggior enfasi sul vantaggio dato dalle risorse umane, quello denominato da Schultz come capitale umano.

Quanti anni sono passati?

Nel 2016 si parla ancora di guerra dei talenti esattamente come si faceva nel 1997, con l’unica differenza che ora se ne parla in un mondo più competitivo e globalizzato.

Per quasi 20 anni il marketing delle aziende in collaborazione con le figure HR si è sbizzarrito nel creare campagne promozionali incentrate sui posti di lavoro come fossero una merce da vendere al cliente. A livello globale si è prima data enfasi a slogan e dichiarazioni di principio di CEO come una qualsiasi pubblicità, per accorgersi poi che, per sopravvivere nel mercato del lavoro, è necessario ripensare alle politiche di gestione delle risorse umane interamente, partendo dall’attività di recruitment marketing e di retention dei talenti migliori.

La trasformazione digitale avvenuta velocemente negli ultimi anni ha poi reso ancor più difficile capire come trattenere i talenti, mentre ha dato accesso ad un bacino di professionisti di ogni parte del globo alle aziende.

Di persone in cerca di lavoro o che cercano di cambiarlo, ce ne sono tante, miliardi se pensiamo ad un panorama globale, ma guardiamo un attimo solo a casa nostra cosa succede.

+34,4% di italiani che si sono spostati all’estero per lavoro tra il 2014 ed il 2016, persone formate ad alti livelli che lasciano il Paese perché non trovano opportunità….

…no, un secondo, le opportunità ci sono, ma non sono competitive sul mercato del lavoro globale. E, cosa ci vuole ormai per prendere un aereo e partire?

Non ci rendiamo conto che siamo (noi italiani) molto valutati ed apprezzati come lavoratori, per la nostra creatività e capacità di problem solving, per la nostra cultura e preparazione.

Pensate solo agli ingenti investimenti fatti da Apple a Napoli nell’iOS Developer Academy. Attiriamo molti nvestitori dall’estero, alcuni esempi di vendite eccellenti? Algida, Gucci, Buitoni, Galbani, Locatelli, Telecom, Pirelli, Ducati, …. Tutto made in Italy che se ne va.

Come reagiamo?

Riducendo la nostra competitività, esultando per la vendita riuscita e impoverendo il territorio.

Nel 2016 non bisogna più parlare, secondo me, di guerra dei talenti, ma di migrazione dei talenti.

Quanto prima bisogna che, soprattutto le pmi del territorio italiano, si rendano competitive, ma come? L’arma più forte sono proprio le risorse che lavorano per loro o che potrebbero farlo, vantaggio competitivo che può superare in alcuni casi la differenza di capitali e si può fare…

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