Il recruiter sopravviverà all’AI?

Il recruiter sopravviverà all’AI?

21Il processo è già iniziato, in alcuni Paesi è ben avviato, in altri si sta iniziando. La domanda è sicuramente complessa: sopravvivrà il recruiter alle nuove tecnologie e all’intelligenza artificiale?

Da alcuni anni abbiamo imparato a “parlare” coi nostri smartphone, a chiedere a Siri, Google Now, Cortana o Alexa non solo cose banali come il meteo, ma anche di ricercare dati su internet, canzoni, informazioni sul traffico o di scriverci messaggi e programmare le nostre agende. L’AI recupera per noi migliaia di informazioni, le sintetizza ed estrapola (nella maggior parte dei casi…) ciò di cui abbiamo bisogno.

Quanto manca perchè si usi nel recruiting?
Nulla!

Si affollano già nel web società di software che promettono il matching perfetto e che cercano di sviluppare una intelligenza artificiale in grado di calcolare le affinità e cremare tutte le candidature in modo automatico. Dove si sta cercando di migliorare è la parte di dati non scritti nel cv o che non appaiono immediatamente come criteri numerici.

Alcune grandi aziende hanno già iniziato ad adoperare, durante i colloqui o esaminando video presentazioni dei candidati, software di riconoscimento facciale studiati per scoprire quando la persona mente o è sincera; ma siamo solo all’inizio.

Sourcing, screening, valutazione e reporting sono già ad una fase altamente automatizzata.

I chatbots sono in grado già di condurre la ricerca e la prima interazione coi candidati e abbinare candidati alla ricerca di base. Non che mostrino ancora una grande intelligenza nel farlo riuscendo in alcuni casi solo ad abbinare singole competenze con percentuali di affinità nella ricerca, ma lo fanno.

Non c’è dubbio che l’AI trasformerà ulteriormente tutto il processo di ricerca e selezione del personale, come quello di acquisizione dei talenti e, forse, nell’arco di un decennio sarà in grado di essere quasi autonoma, ma non credo che siamo ancora così vicini da dire che l’interazione umana sarà esclusa da qui a breve.

Certo, nel bene o nel male, il reclutamento è già un processo che si sta automatizzando facendo scremature dei candidati e ricerca, ma non possiamo lasciare questi processi senza la supervisione della persona. A mio modo di vedere, anzi, a volte ci affidiamo troppo al matching automatico fatto dai nostri software e perdiamo candidati promettenti, solo perchè il nostro chatbot non riesce a riconoscere nella nostra richiesta di uso del pacchetto Office la competenza del candidato che invece ha scritto “conoscenza word, excel e powerpoint”. Potrà sembrare una sciocchezza, ma abbassa la percentuale di compatibilità per il nostro software e rischia di abbassare il candidato nella graduatoria.

A noi recruiter deve sempre rimanere il compito di chiacchierare coi candidati, conoscerli, anche solo scambiare qualche mail; colmare quello che l’AI non è in grado di fare, quello che va fuori dal semplice calcolo numerico quantitativo.

Quello che dobbiamo chiederci non è se l’AI sostituirà i recruiter, ma come può migliorare a farci diventare selezionatori migliori.

Teniamo da conto un ultimo punto. L’AI è fatta da algoritmi, scritti e progettati da persone e, per apprendere, si basa su questi dati inseriti dall’uomo. C’è il rischio che questi algoritmi possano trasmettere e rafforzare anche preoccupazioni e difetti del programmatore generando dei processi di selezione (o anche altro in questo caso) non più vantaggiosi, ma complicati?

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