Perchè al medico “sta a cuore” lo stress

Perchè al medico “sta a cuore” lo stress

Ospitiamo oggi l’intervento della dott.ssa Paola Vatta, Medico Chirurgo, sullo stress, le conseguenze mediche che può generare e l’impatto sul lavoro…

Cos’è lo stress?

Come già detto da Roberto nel suo articolo sullo stress lavoro correlato, Seyle definisce lo stress come una risposta generale aspecifica di adattamento a qualsiasi richiesta proveniente dall’ambiente; un elemento fisiologico normale della persona che vive un cambiamento.

In pratica, quando un essere umano viene sottoposto ad uno stimolo di tipo fisico o psichico (stressor) il suo equilibrio viene perturbato e si innescano una serie di risposte chimico-fisiche che gli permettono di affrontare situazioni più impegnative di quelle che sarebbe normalmente in grado di sostenere.

Ma se lo stress non è altro che una risposta normale, perché ce ne preoccupiamo?

Questa è un’ottima domanda, perché ci permette di capire le differenze tra uno stressor breve e di media intensità, che genera una risposta positiva, la quale aumenta le capacità dell’individuo e uno stressor ad alta intensità e/o prolungato nel tempo, che supera le capacità di compenso dell’organismo generando vere e proprie patologie.

Andiamo ora ad analizzare nel dettaglio le fasi dello stress:

1- Fase di allarme (o reazione di attacco o fuga), con attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene e la produzione di adrenalina e cortisolo, che possiamo considerare come gli ormoni dello stress . Questo porta una serie di conseguenze fisiche come aumento della pressione arteriosa, della frequenza cardiaca, della forza muscolare, della produzione di energia, dell’attività mentale, della glicemia e del flusso sanguigno ai muscoli con contemporanea diminuzione del flusso ematico agli organi non impegnati nell’attività fisica, come il tratto gastroenterico.

2- Fase di resistenza, in cui il corpo tenta di combattere e contrastare gli effetti negativi dell’affaticamento prolungato continuando a mantenere i meccanismi che aveva attivato nello precedentemente. Iniziano però a comparire i primi disturbi. Ad esempio il livello elevato di cortisolo abbassa le difese immunitarie.

3- Fase di esaurimento. Se lo stimolo stressogeno perdura ulteriormente si esauriscono le risorse attivate dall’organismo e si manifestano vere e proprie patologie, che non sono altro che un eccesso dei meccanismi di compenso visti prima. Per esempio l’aumento della pressione arteriosa che dovrebbe essere solo temporaneo sfocia in una stabile ipertensione arteriosa; allo stesso modo l’aumento della glicemia può portare al diabete; la cronica riduzione del flusso ematico gastrico predispone all’ulcera peptica e l’abbassamento delle difese immunitarie fa sì che i lavoratori stressati contraggano molte più malattie infettive rispetto agli altri.

Insomma le malattie correlate allo stress colpiscono numerosi apparati sistemi: cardiovascolare, nervoso, endocrino, gastrointestinale e immunitario.

Particolare rilevanza rivestono tra queste le malattie cardiovascolari, prima causa di invalidità e mortalità nei Paesi occidentali, con elevati costi economici e sociali.

Lo stress predispone agli eventi cardiovascolari non solo col meccanismo diretto che abbiamo visto poc’anzi, ma anche in maniera indiretta poiché spesso una persona stressata è meno propensa ad adottare stili di vita salutari e quindi tende a mangiare in maniera sregolata, a fumare e bere di più e a fare meno attività fisica.

Una gestione delle risorse umane attenta ai bisogni della persona permette di evitare lo stress cronico pianificando bene le attività, dando ad ogni lavoratore il giusto carico di lavoro e la possibilità di sentirsi coinvolto in esso.

Inoltre l’HR può anche creare e favorire una politica di promozione della salute ad esempio introducendo una dieta bilanciata nella mensa aziendale, facendo costruire palestra per i lavoratori, vigilando che sia rispettato il divieto di fumo e del consumo di bevande alcoliche nei luoghi di lavoro..

Questo tipo di gestione porta benefici sia al datore di lavoro (diminuzione delle giornate di lavoro perse per malattia, miglior clima aziendale, commitment dei dipendenti) che all’intera collettività, con un sostanziale contributo nella lotta contro patologie invalidanti o fatali.

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